martedì 6 gennaio 2026

Marechiaro 21 - Episodio 2

William, per tutti Will, aveva aperto gli occhi prima che suonasse la sveglia. Anche la notte appena trascorsa l'aveva vista passare per troppo tempo, guardando l'orologio, nella vana speranza che passasse più in fretta.

L'alba stava incendiando le montagne che poteva guardare dalla sua finestra. Non sorrise, era abituato. Solo gli piaceva vedere le varie sfumature di rosso, le nubi che, a volte, disegnavano strane figure nel cielo. Scattò una foto, con il suo telefonino, datato certo, ma che in qualità degli scatti, teneva ancora testa a certi modelli di fascia medio alta.

L'allenamento in palestra della sera prima si faceva sentire nelle spalle e nei bicipiti, ma il risultato che stava raggiungendo gli piaceva. Si diresse verso il bagno, il freddo pungeva la pelle, nulla che una doccia calda non potesse cancellare in fretta.

Né uscì poco dopo, guardò distrattamente il cellulare, scrisse agli amici di sempre il buon giorno.

Non era il classico ragazzo bello, di quelli che si fanno notare nei locali, o faceva girare la testa a tutte le ragazze per la strada, ma i suoi occhi verdi e capelli tra il mosso e il riccio di color castano scuro, ne facevano un tipo interessante. Forse più di quanto pensasse.

Indossò una camicia bianca con giacca blu e pantaloni blu e si diresse in cucina "un cappuccio è quello che ci vuole." La macchina del caffè si svegliò facendo dei rumori a cui non era abituato, il caffè non veniva macinato, niente. Provò a spegnere, riaccendere, il classico rimedio che di solito mette a posto ogni cosa, ma anche così quel rumore strano era presente e il caffè assente.

Dopo qualche minuto e altrettante insistenze, capì che non avrebbe avuto alcunché da quell'aggeggio. "Bar" si disse ad alta voce. Infilò gli occhiali da sole, prese le chiavi della sua BMW e uscì di casa.

La giornata era appena cominciata? No, prima Will voleva la sua colazione. Girò la chiave nel quadro, Knockin' on heaven's door, con la voce graffiante e dolce di Dylan partì. Sorrise ingranando la marcia per immettersi nel traffico del mattino.

Canzone dell'episodio: https://suno.com/s/Uh7otxbOmcLLh5lm

[Il testo è mio, il prompt per la musica con l'AI è mio]


lunedì 29 dicembre 2025

Marechiaro 21 - EPISODIO 1

Si era svegliata da sola anche questa volta.

La sveglia ormai era un buffo accento nell'inizio della sua giornata, un segno che il mondo la stava aspettando. Sally si stirò come un gatto, prima di abbandonare quel posto che aveva occupato senza grosso successo di sonno portato a termine. La finestra le stava regalando uno scorcio invernale, con il freddo, la pioggia fine e dispettosa che disegnava sul vetro figure strane, scriveva parole incomprensibili. Le nuvole sembravano farsi beffe degli strani abitanti della terra di sotto. Si aprivano giusto quel tanto per far vedere uno spiraglio di luce, per poi richiudersi immediatamente e continuare a piovere.

L'aria fredda della stanza colpì la sua pelle nuda, uscendo dal letto. Si infilò la felpa tirando su velocemente la zip, poi un paio di pantaloni e andò verso la cucina, camminando scalza.

Il pavimento tiepido grazie alle serpentine del riscaldamento la facevamo stare bene. "Dai Sally, un cappuccino e andiamo". Si avvicinò alla macchina del caffè per scoprire che non aveva caffè né latte. Né un qualsiasi altra cosa commestibile, che avrebbe potuto essere associata ad una colazione, o anche solo ad un'idea della stessa.

Non aveva fatto in tempo a fare la spesa, scappando da quella casa che non poteva più tenerla, in cui non avrebbe passato nemmeno un minuto in più. Si sentiva sempre fuori luogo, fuori posto, sorrideva, ma dentro moriva giorno dopo giorno. Non voleva diventare la moglie perfetta. Non lo sarebbe mai stata con lui. Non era più innamorata, forse non lo era mai stata davvero e la routine, la noia le aveva sepolte per 5 piani sotto la neve del suo cuore. Sotto ad una falsa speranza che tutto diventasse qualcosa di diverso, che evolvesse prima che in loro, in lei stessa. Ma non era davvero così. Quando finì ogni lacrima, quando abbracciò per l'ennesima notte il suo cuscino e la finestra le parve l'unica soluzione, sentì quell'urlo di disperazione così forte dentro di sé da spezzare quelle catene che si era autoimposta. Quel grido disintegrò ogni sorriso di circostanza, ogni "ti voglio bene" detto non ad una persona che si dovrebbe amare, ma con la stessa forza che si direbbe ad un cugino, forse ad un fratello. Quel giorno tutto finì. 

Non le dispiacque ripensarci. Non lo faceva né con risentimento, né con odio. Era capitato. Nelle vite delle persone capitano cose al di là della propria volontà.

"Bar" si disse ad alta voce. Si diresse verso il bagno, aprì l'acqua della doccia a 38 gradi, con un movimento veloce felpa e pantaloni erano in terra e lei si stava godendo quell'attimo di pace. L'acqua le accarezzava le spalle, la schiena, lei pensava ancora alla sua determinazione nell'aver chiuso quella porta dietro a sé. Sorrise.

Intanto la seconda sveglia stava cercando attenzioni, suonando una melodia zen fusion. Sally uscì dalla doccia. La spense, i suoi occhi azzurri guardarono distrattamente il display. Cominciò ad asciugarsi i capelli rossi, lisci. Sorrise nuovamente, senza un motivo. O forse per un motivo. Forse solo per stanchezza.

La giornata chiedeva la sua presenza, non era tempo di perdersi, il lavoro attendeva. Il mondo anche. Aveva sempre fatto i fatti suoi, pensava mentre infilava le scarpe col tacco, nere. Era pronta. Oggi era in total black. Giacca indossata sopra un body, niente altro, non amava i reggiseni e poi la sua seconda misura che raggiungeva a fatica non aveva necessità di sostegni, pantaloni a sigaretta, niente calze, quelle le metteva solo con gli stivali. Un cappotto lungo, caldo le avrebbe fatto vivere questa giornata invernale in modo migliore. FINE EPISODIO 1

giovedì 27 novembre 2025

Ognuno ha una destinazione. Tutti non hanno una destinazione

Quanto tempo passava tra un giorno e l'altro? Se lo chiedeva sempre Fairy. Seduta al banco del suo bar preferito, intenta a sorseggiare una cioccolata calda, mentre attendeva quel suono, quel maledetto suono. Lo odiava, lo detestava, ma lo aspettava, come i bambini aspettano il Natale.

Era la sua parte di mondo, quel mondo racchiuso in pochi centimetri quadrati, quel sole artificiale che illuminava parole virtuali, ma così vere che non sapeva farne a meno. Era qualcuno che pensava a lei, un pensiero che le avrebbe sempre dato un sorriso in quelle giornate troppo fredde e troppo corte per poter essere felici.

Sua mamma aveva voluto darle quel nome che trovava assurdo. Fairy, come se davvero fosse la regina di qualche posto fantastico. come se fosse davvero arrivata da una terra meravigliosa, piena di unicorni, piena di valli lussureggianti.

Ma non c'era mai stato un posto così nella sua vita. Aveva girato per lo più per baracche, nelle quali aveva versato troppe lacrime lontano da abbracci che avrebbe voluto avere anche solo per un istante.

La cioccolata intanto si stava raffreddando. Il cellulare tra le mani guardato già 100 volte, la mattina si era svegliata sorniona e tra la nebbia aveva deciso che non era tempo di andare troppo veloci.

Fairy aveva fretta invece. Di vivere, di vedere, di piangere per un tramonto, di piangere per la neve. Aveva fretta di piangere senza un motivo.

Era troppo tempo che non lo stava facendo e le mancava, anche se a ben pensarci, forse non l'aveva fatto mai.

Il freddo era presente nei suoi pensieri, prima ancora che nel locale, dove troppa gente entrava ed usciva. Tutti con una destinazione, tutti senza una destinazione. "Serve davvero una destinazione".

La cioccolata ormai era diventata un blocco freddo che non avrebbe più attirato le attenzioni di nessun goloso.

Era tempo di andare, si alzò lentamente, dirigendosi verso la cassa, lo sguardo perso. "Tavolo 10" disse con tono monocorde. Il rumore delle tazzine era un sottofondo fastidioso.

"4.50" rispose la cassiera, con altrettanto tono distratto.

Pagò. In strada il solito tran tran. "Ognuno ha una destinazione. Tutti non hanno una destinazione." Ripetè tra se e se.


martedì 18 novembre 2025

Un bicchiere di vino

Cin cin a me. Era sola al tavolo del ristorante, con un bicchiere di rosso in mano, brindando a qualcosa che non sapeva nemmeno lei. Una nuova vita? Sì, forse, "ma questa vita la si deve prendere, quella strada la si deve imboccare", pensava, mentre il vino continuava a girare lento, guidato da movimenti leggeri del suo polso. Era sola al tavolo. Lo stava aspettando. Erano stati vicini, erano lontani, erano come due angeli caduti, che si stavano cercando, per aiutarsi a ritrovare la strada perduta. Il Paradiso? Forse. Erano consapevoli che tutto sarebbe stato difficile. Ma non impossibile, o forse sì? Il vino stava accarezzando le sue labbra, come avrebbe, forse, fatto lui, con quel suo modo gentile, guardandola negli occhi. Le labbra, già. Sorrise. Forse con quella stessa intensità, con quello stesso modo che fece la sera in cui, per caso, incrociarono le loro esistenze, di fronte al bancone di un bar, con quella domanda banale "ti va un caffè?" che racchiudeva "facciamo di questo posto un mondo a parte". Parlarono poco, forse solo con gli occhi. Ma era bastato per capire quanto avessero da dire. Avevano la stessa gioia triste. O la stessa tristezza gioiosa. Il bicchiere era sempre più vuoto "cameriere? Me ne porta un altro, per favore?". Non voleva ubriacarsi. Voleva solo stare ancora un po' con lui, che, forse, la stava pensando, appoggiato ad un bancone di un bar, con un caffè in mano, ancora dentro a quella piccola parte di mondo. Sorrise. Inconsapevolmente sorrise, e sentì, in sé stessa, quel sorriso. Aspettava quella carezza sulle labbra, che sarebbe stata dolce. Come quella sera. Come quel silenzio, come quegli sguardi. Era ancora tutto agganciato a quella sera. Forse lo era ancora prima di quella sera.

Perché "Quelli come me" hanno sempre un sogno









domenica 19 ottobre 2025

Valzer

    La notte era sempre più fitta, la luna continuava a cercare il suo amore in quell'astro che Dio volle fare così bello eppur così lontano.

    Scorreva tutto intorno, non c'era una cura, forse, a quello che Nicla stava vivendo. Non era amore, non era desiderio. Era solamente volontà di vivere un altro modo, vivere un altro mondo.

    Il computer era ancora acceso, la luce del monitor, fredda e senza sfumature, illuminava una porzione di stanza, in modo quasi spettrale. "Halloween si sta avvicinando" pensava non facendo mancare un sorriso a quella sua affermazione interiore.

    Era tutto così strano, un vecchio disco di Cohen girava sul piatto, spandendo miele nell'anima e aceto sulle ferite che si portava dentro da tempo, che aveva sempre ignorato, ma che prima o poi sarebbero tornate. ed ora erano tutte lì con lei.

Emergevano dall'anima, piano, facendo luccicare gli occhi di quella rugiada. Non piangeva mai, Nicla. Lo trovava una perdita di tempo. O forse non aveva ancora trovato qualcosa per cui valesse la pena piangere davvero, sfogandosi con tutta se stessa, lasciando andare tutto ciò che si portava dentro.

    Il tempo passava, le scelte no. Ne aveva fatte, troppe e molte delle quali sbagliate e adesso le stava guardando, in quella notte così lunga.

    "Dammi un'altra possibilità, solo una, questa volta saprei cosa fare". Lo chiedeva al cielo ogni volta che poteva. Lo aveva lasciato scritto sotto alla croce dell'alpinista "Ti prego, dammi un'altra possibilità".

    Intanto i suoi fantasmi continuavano a correre nella sua testa, cavalcando cavalli scheletrici, con zoccoli che emettevano suoni tetri, quasi a dire "non avrai altre possibilità".

Nicla questo lo sapeva bene, non avrebbe avuto altre possibilità, i gettoni li aveva avuti, da giocarsi nel grande Casino della vita, la roulette stava girando e il croupier non avrebbe accettato altre puntate, né avrebbe ridato indietro i soldi, in nessun caso e per nessun motivo.

    Il suono del silenzio stava accompagnando la risposta alle sue preghiere, anzi, quel suono era la risposta e faceva male, faceva un male che non aveva ancora conosciuto così a fondo.

    Nicla si fece un caffè, con la caffettiera, ultimo ricordo di sua madre, il profumo che ne scaturiva riusciva a placare quel nodo alla gola che altrimenti, l'avrebbe portata fino al mattino. Le mancava qualcosa di indefinito e definibile, qualcosa di sfocato ed invece così chiaro, qualcosa di prezioso e allo stesso tempo di futile.

    "Ma come può essere futile una cosa che mi manca così tanto?" Era solo un capriccio? Era un modo per sentirsi diversa? Era un modo per dire cosa? 

    Il caffè intanto aveva riempito la tazza. Ora quel nodo alla gola era più forte, sentì gli occhi diventare pesanti, affondò nella poltrona, prendendo la coperta a quadri quasi a cercare un abbraccio invisibile, che le donasse una goccia di sereno, in quel cielo tempestoso che aveva dentro.

    "Alla fine dell'amore" scrisse di getto sul suo quaderno aperto a caso, per trovare una pagina bianca; forse era questo, alla fine dell'amore si sarebbe compiuto quel miracolo tanto invocato. O forse no.

    Si strinse ancora più forte nella coperta, il caffè intanto stava facendo il suo dovere, stava sciogliendo quel nodo alla gola, ma gli occhi no. Quelli continuavano ad essere pesanti, li chiuse, quasi a voler sparire. La notte la stava guardando, la luna avrebbe pianto con lei.

    Era un'altra notte in cui avrebbe ballato il valzer della malinconia.

Cohen


giovedì 16 ottobre 2025

Torniamo a casa

    Di notte si fanno i pensieri più profondi, o sono solo pensieri che nell'oscurità hanno il coraggio di togliersi gli abiti civili, di spogliarsi completamente di quella corazza che sono costretti a mostrare di fronte al sole, per non farsi trovare vulnerabili.

    Ma la notte è diversa, ci dice esattamente come siamo. Nelle cuffie The sound of Silence, in una delle sue mille interpretazioni, in questo caso di Johnny Cash. La stanza buia aiuta ad andare avanti, cercando l'intricato significato di ogni sensazione che nasce dal mondo.

    Siamo animali strani, abbiamo la ragione e abbiamo gli istinti, che dominano quella parte di noi che non vorrebbe commettere errori ed invece, li rubrica con paziente e certosina precisione nel quaderno che l'anima porta sempre con sé.

    Noi potremmo essere ogni giorno il nostro miracolo ed invece aspettiamo IL MIRACOLO. Quello risolutore, quello che fa cambiare la vita, quello che....

    Invece, a volte, siamo ciechi di fronte a ciò che viviamo ogni giorno, dandolo per scontato, sentendolo leggero, perché "così è sempre stato". Forse è vero il detto che "l'erba del vicino è sempre più verde", ma è erba, esattamente come la nostra, solo che a volte noi non ci prendiamo cura del nostro giardino, pensando che sia sempre così bello perché lo abbiamo sempre avuto.

My way, caro Frank, the Voice.

    Quale è la via? Quale è il mio modo? Mentre la città è silenziosa e i lampioni sembrano quelle stelle che, stasera, sono celate da una leggera coltre di nubi, la domanda è sempre la stessa. Ho riso, sono stato in silenzio per lunghi periodi, aspettando la risposta, aspettando che la musica mi portasse qualcosa dentro ad un testo, un ritornello.

    Ma era già tutto lì? E' già tutto qui? Tutte le cose dette e non dette, tutte le cose che non sanno come manifestare la loro importanza, davvero non ci sono? Oppure non le vediamo? Nessun dorma, esortazione più che mai attuale in questa mia notte. Nessun dei pensieri dorma. Perché?

    La luce domani tornerà a splendere, Le domande torneranno nell'ombra e le risposte diventeranno domande, senza risposta.

    Forse siamo solo arrabbiati, siamo perennemente arrabbiati e insoddisfatti, ecco perché il nostro giardino non lo consideriamo come gli altri; è come gli altri, ma non ci capacitiamo di quanto la sua bellezza sia data dalla nostra presenza, dalla presenza delle persone che ci vogliono bene e che lo stesso giardino con altri "abitanti" non sarebbe la stessa cosa.

    "Mamma, ho appena ucciso un uomo", comincia così Bohemian Rapsody. Non ho più la mia. Ma forse lo direi, a volte. "Ho ucciso un uomo" uno di quelli che non sbaglia, uno di quelli che mette sempre i piedi sulla via giusta, uno di quelli che capisce ciò che succede nella sua vita. E non che fa succedere.

    Il giardino è davvero più bello con le persone che amiamo, che curiamo e che ci curano. Che sì, ci sono sempre state, ma che ci amano e che ci saranno sempre. Perché non c'è mai abbastanza buio da coprire davvero ciò che proviamo.

Torniamo a casa, c'è un giardino che aspetta e sarà, sì, più bello di quello del vicino. 

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lunedì 13 ottobre 2025

Lettera e caffè (sospesi)

Passavano i giorni, ma il suo pensiero era ancora lì. Passavano i giorni e non c'era alcuna motivazione che lo facesse stare ancora tra i suoi pensieri. Sally camminava, distratta tra la gente, senza nemmeno pensare alla strada. L'aveva fatta ogni giorno per gli ultimi 5 anni, cosa poteva scoprire ancora di diverso.

Era una mattina come altre, era una mattina uguale alle altre. Si pensavano inconsciamente, all'insaputa l'uno dell'altra. La strada intanto continuava sotto ai suoi passi, nelle cuffie si susseguivano parole, strofe. Qualche volta un sospiro. Le lacrime le aveva lasciate riposare sul cuscino, sapendo che alla notte sarebbero tornate da lei.

Si fermò al solito bar, un cappuccino, una fetta di torta fragole e cioccolato, si sedette al tavolino vicino alla vetrata. Il sole stava nascendo e batteva sulle finestre della casa dall'altro lato della strada, disegnando buffe ombre e distratti riflessi sull'asfalto della strada. Uno sguardo al cellulare, solite pubblicità, notifiche inutili della banca, "non perderti la nostra nuova app" del locale in cui lei ogni tanto andava, ma di cui non si è mai sentita davvero cliente.

La schiuma del cappuccino era densa, come i suoi pensieri. Si fece dare una penna, prese un tovagliolo di carta.

"Stavo pensando a te, non so nemmeno perché. Sarà questa mattina che ha una luce strana, sarà che mi ricorda come mi hai guardato quella sera. Non so quante giustificazioni devo ancora dare a questa tua presenza, so che ci sei e molte volte questo basta. La follia è che ti sto scrivendo su di un tovagliolo di carta. La follia è che ti sto scrivendo. Non so se razionalmente oppure no. Però ti sto scrivendo."

La fetta di torta non aveva ancora avuto l'attenzione che meritava. Il cappuccino stava perdendo il suo calore mentre la schiuma cominciava a diventare più fine,

"Mi può portare un caffè, per favore?" Il barista la guardò. Non disse niente, con i soliti gesti meccanici mise in macchina gli 8 grammi necessari a soddisfare la sua richiesta. 

Arrivò al suo tavolo con il caffè, posò la tazzina ordinatamente accanto a quella del cappuccino, creando una sorta di triangolo del gusto con il piattino in cui la torta era ancora disadorna di ogni sguardo e attenzione.

"Stavo pensando a te, che non ci sei. Vorrei chiamarti, vorrei capire come si sta a parlare con te per 2 ore, senza dirsi nulla di sensato dicendosi tutto. Forse ho sbagliato, forse non sto sbagliando, ma sto pensando a te e se c'è una razionalità in tutto questo, spero di non trovarla, perché mi spaventerei. Sally"

Diede un morso alla fetta di torta, le piacque. Il cappuccino ormai freddo non le importò. Rimaneva il caffè. Non lo toccò. Mise quella lettera improvvisata sotto alla tazzina.

"Quanto le devo?" chiede distrattamente, prendendo meccanicamente 5 euro dal portafoglio.

"Signorina, il caffè non era di suo gradimento? C'è qualcosa che non va?"

"Il caffè? Non è per me" 

Quel signore anziano dall'altra parte del banco si guardò intorno, cercando un altro avventore, che potesse colmare quel vuoto lasciato dalla risposta della ragazza. Nessuno, c'erano solo loro due.

"Non capisco, signorina. Cosa devo fare? Perché quel caffè sarà da buttare, per chiunque verrà, anche solo tra poco."

Lei non rispose. Sorrise, abbassando gli occhi azzurri, lasciando i 5 euro alla cassa. 

"Signorina, il resto...."

Sally era già fuori dalla porta, con le cuffie e Vasco nelle orecchie. Aveva cominciato a camminare tra i pensieri, senza guardare la gente, senza pensare alla strada. Con il sole che stava nascendo e ancora quel pensiero senza razionalità a tenerle compagnia.

Senza parole - Vasco



Marechiaro 21 - Episodio 2

William, per tutti Will, aveva aperto gli occhi prima che suonasse la sveglia. Anche la notte appena trascorsa l'aveva vista passare per...